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FALLOUT
Posted on 28 aprile 2012 | Nessun commentoFALLOUT FABIO ROMANO Indagando la relazione tra uomo e natura, attraverso la costruzione di architetture e la messa in atto di accadimenti che rimandano a catastrofi naturali o meno, l’artista vuole immetterci in una dimensione altra, in una realtà sospesa in cui la percezione del tempo si annulla e il silenzio regna sovrano. Fallout richiama una calamità, un accadimento imprevisto che sconvolge la nostra percezione del presente e lo rende passato. I plastici che Romano crea, sono spazi mnemonici, tracce di ciò che è stato e che non può essere cancellato né riportato in vita, archeologie di un mondo lontano su cui si è appoggiata la polvere del tempo. Sotto il manto sottile di sabbia bianca si intravedono i resti di edifici e costruzioni che richiamano alla contemporaneità, rovine future della nostra epoca sulle quali la natura ha ripreso il suo corso e si è riappropriata dei propri spazi. L’artista ricrea all’interno dello spazio espositivo un giardino silente che ci conduce alla contemplazione. Il visitatore, avvolto dal silenzio e dal colore bianco, si aliena dalla quotidianità per intraprendere un percorso filosofico e introspettivo in cui l’uomo è considerato nella fragilità della sua condizione finita. L’essere mortale non è mai raffigurato ma la sua presenza è perennemente percepibile rievocata dai resti dei suoi manufatti. Utilizzando le stanze di Adiacenze come delle scatole cinesi, Romano ci permette di compiere un viaggio spazio/tempo in cui una molteplicità di media, quali fotografia, installazione e scultura ci ripropongono lo stesso soggetto. Quello di Romano non è una profezia ma un sentimento già diffuso nell’immaginario collettivo. Negli ultimi anni molti studiosi hanno concentrato la propria ricerca sul rapporto uomo/natura e disastri ambientali come quelli di Fukushima e Chernobyl non sono state che prove empiriche delle loro supposizioni. La condanna dell’umanità sembra iscritta nella sua incapacità di rispettare il pianeta in cui vive e come direbbe Augé “l’uomo scopre di appartenere alla natura solo quando deve fuggire dai siti che aveva ideato per dominarla”.
